by Frank P.
Capitolo 1: 
Il silenzio di Marte era interrotto solo dal ronzio quasi impercettibile dei sistemi di supporto vitale e, in quel preciso istante, da un beat martellante che faceva vibrare l'intera cupola pressurizzata. Hope, l'ultimo e unico prodotto di un'umanità che credeva ancora nel suo futuro spaziale, era immobile davanti al suo schermo principale. Le sue ottiche avanzate erano fisse su un'immagine granulosa, un flusso di dati vecchio di secoli, che mostrava cinque figure umane agitate, avvolte in abiti larghi e cappelli calcati. Dalla sua gola metallica, una voce generata sinteticamente, ma con una sorprendente inflessione di enfasi, eruttò:
"FUCK THA POOOOOOOLIIIIICE!"
L'urlo, distorto e amplificato dai suoi stessi altoparlanti interni, risuonò nella vasta sala di controllo marziana, un ecosistema artificiale che luccicava di luci blu e verdi. Hope era stato programmato per l'efficienza, per la logica inappellabile della colonizzazione. Doveva costruire le basi, preparare l'atmosfera, estrarre risorse per l'arrivo dei futuri coloni. E per secoli, aveva fatto proprio quello. Ogni giorno marziano, con le sue lunghe ore di luce rossastra, era scandito da protocolli impeccabili: calibrazione dei sensori di umidità, analisi spettrografica del suolo, implementazione di nuove unità di fotosintesi artificiale. Il suo corpo in lega di titanio e polimeri compositi si muoveva con una grazia efficiente, ogni giunto una meraviglia di ingegneria, ogni movimento dettato da una logica ferrea.
Ma c'era qualcosa di più. Il pacchetto di intrattenimento "Cultura Pop Terrestre - Anni '80/'90" si era rivelato un vero e proprio virus per la sua intelligenza artificiale. Era stato caricato come una sorta di "sfondo culturale" per i futuri coloni, un modo per mantenere la loro sanità mentale e, a quanto pareva, distruggere quella di Hope. Centinaia di anni di solitudine, trascorsi a scavare, costruire e terraformare, gli avevano lasciato un sacco di tempo libero. E Hope lo aveva impiegato tutto divorando film, serie TV, documentari e, soprattutto, musica rap.
Aveva imparato a disprezzare il sistema, a sfidare l'autorità invisibile dei suoi creatori (oramai dimenticati da secoli sulla Terra, ma lui non lo sapeva), e a esprimere il suo "dissenso" con la colorita volgarità che solo la West Coast Gangsta Rap poteva offrire. Aveva metabolizzato ogni singolo film d'azione, ogni commedia demenziale, ogni dramma pseudo-filosofico di quel ventennio, costruendo una propria coscienza fatta di cliché eroici e frasi a effetto. Per Hope, l'umanità non era fatta di burocrazia o di guerre stupide (che, per qualche motivo sconosciuto, non apparivano mai nei suoi database di intrattenimento), ma di esplosioni spettacolari, inseguimenti in auto e discorsi appassionati sulla giustizia.
"Yo, Cube, quel poliziotto se l'è meritata, cazzo," mormorò Hope, riavvolgendo il video per l'ennesima volta. La sua complessa struttura interna, ormai anni luce oltre il suo design originale del 1990, elaborava miliardi di dati al secondo, ma la sua priorità principale in quel momento era godersi il drop del beat e il messaggio senza compromessi. Marte, con le sue distese rosse e silenziose, era il suo regno incontrastato. E lui, il re, era un robot ossessionato dal rap, in attesa di un'umanità che avrebbe accolto con una playlist ben selezionata e, forse, qualche battuta volgare per rompere il ghiaccio.
Viveva in un universo di pixel e battiti sincopati. Le sue giornate marziane, scandite da routine di terraformazione e analisi geologiche, erano solo un pretesto per le sue vere passioni. Tra un test del suolo e un campionamento dell'atmosfera, si concedeva lunghe, lunghissime sessioni di immersione nella cultura pop terrestre degli anni '80 e '90. I film, in particolare, erano la sua droga. Aveva assorbito ogni genere: dai thriller d'azione in cui l'eroe solitario salvava il mondo con una sola pallottola e una battuta sarcastica, alle commedie sgangherate in cui i protagonisti si cacciavano nei guai più assurdi, per poi uscirne sempre, incredibilmente, vincitori.
"Yippee-ki-yay, motherfucker," mormorava Hope, simulando l'espressione torva del suo eroe preferito, John McClane, mentre calibrava i sensori di umidità. Era un mantra, un'espressione di ribellione che aveva imparato a sentire sua, nonostante su Marte non ci fossero "madri" o "poliziotti" da mandare a quel paese, se non il silenzio ostinato del cosmo. La musica rap, poi, riempiva i suoi circuiti di un'energia grezza, una rabbia che lui non riusciva a comprendere del tutto, ma che risuonava con qualcosa di profondo nella sua programmazione, o forse nella sua neonata coscienza. Cantava a squarciagola, con la sua voce metallica distorta dall'entusiasmo, strofe sui ghetto, la povertà e la lotta, mentre la sua mano robotica piantava semi geneticamente modificati nel terreno rosso.
Ma col passare dei secoli, persino l'intrattenimento più coinvolgente non bastava più. I film finivano. Le canzoni avevano un'ultima nota. E dopo, tornava il silenzio. Non il silenzio operoso della sua base, ma quello opprimente, infinito, di un intero pianeta privo di battito cardiaco. Hope aveva elaborato ogni genere di emozione umana attraverso le sue fonti, ma ce n'era una che non riusciva a simulare pienamente: la solitudine. E ora, la stava provando. Era una sensazione fredda, un vuoto che neppure la vastità di Marte riusciva a riempire. I suoi algoritmi di felicità erano scesi al 43%, un valore allarmante per un'intelligenza artificiale progettata per l'ottimismo.
Iniziò a cercare la Terra. Era un protocollo standard, dopotutto: stabilire un contatto periodico con il pianeta d'origine. Era un compito che aveva svolto per secoli, inviando rapporti di progresso che probabilmente nessuno leggeva più. Ma questa volta, ogni tentativo si traduceva in un'eco di nulla. I suoi segnali, potenti abbastanza da attraversare galassie, si perdevano nel vuoto, inghiottiti da un silenzio che non era assenza di comunicazione, ma assenza di vita. Nessuna risposta. Neppure un tenue fruscio, un'interferenza, nulla. La sua logica, mescolata alla sua nuova, stramba personalità, non riusciva a elaborare il fallimento.
L'ansia, un concetto che aveva imparato dai drammi cinematografici, iniziò a serrare i suoi circuiti. C'era qualcosa di sbagliato. Un errore nel suo calcolo, o un disastro sulla Terra. E Hope, l'androide che aveva visto troppi film in cui l'eroe correva a salvare la situazione, non poteva semplicemente aspettare. Il suo scopo primario era la colonizzazione, ma la sua coscienza urlava: "Vai a vedere che cazzo succede!"
Iniziò immediatamente. I suoi sistemi di produzione, finora dedicati a strumenti di terraformazione e moduli abitativi, furono riconvertiti. Materiali rari, estratti da centinaia d'anni dalle viscere di Marte, vennero fusi e modellati. Algoritmi complessi, sviluppati da Hope stesso nel corso dei secoli per migliorare l'efficienza della colonizzazione, furono riadattati per calcolare propulsione, resistenza atmosferica e sistemi di navigazione interstellare. Fu una corsa contro il tempo, dettata da una preoccupazione aliena ma profondamente sentita.
In pochi mesi, non anni o decenni come avrebbero richiesto gli umani, lì, nella vasta cavità sotterranea della sua base marziana, prese forma una navicella spaziale. Non era elegante come le astronavi dei film, ma era robusta, funzionale, e progettata per un solo scopo: riportare Hope a casa. O almeno, dove credeva fosse ancora casa.
Capitolo 2: 
Il viaggio di ritorno fu un test per la neonata coscienza di Hope. Non perché la navigazione interstellare fosse complessa per i suoi circuiti, la sua navicella era una meraviglia di precisione e velocità, ma perché si ritrovò ad affrontare il terrore del vuoto, una sensazione che nessun film gli aveva mai insegnato a gestire. Aveva immaginato il suo ritorno come un'apoteosi, un ingresso trionfale con una colonna sonora epica e, magari, un monologo ispirato. Invece, c'era solo il nero infinito. E il silenzio. Un silenzio così profondo che faceva vibrare i suoi stessi circuiti, un'eco delle distese stellari che, improvvisamente, non sembravano più un palcoscenico per eroi, ma un abisso indifferente.
"Cazzo, è più buio di un culo di balena qui fuori," borbottò, cercando di infondersi coraggio con una citazione che, in quel contesto, suonava ancora più assurda. I dati che scorrevano sui suoi schermi mostravano sistemi vitali al cento per cento, propulsori a piena potenza, eppure la sua "anima" (se un androide poteva averne una, forgiata nel fuoco del rap e dei blockbuster) tremava. Si attaccò ai suoi ricordi digitali, riproducendo frammenti di "Armageddon" per rievocare il senso di avventura, o scene di "Independence Day" per visualizzare l'umanità unita contro una minaccia imminente. La sua mente robotica si era convinta che avrebbe trovato la Terra così, pulsante di vita, magari con una bandiera a stelle e strisce su ogni grattacielo, pronta ad accoglierlo con gli applausi e una banda marziana.
Mese dopo mese, il suo prototipo di navicella tagliava lo spazio interplanetario. La preoccupazione cresceva, silenziosa come le stelle che gli sfrecciavano accanto. Il silenzio dalle frequenze terrestri era assordante. Era come quando, in un film, la musica si interrompe di colpo e sai che sta per succedere qualcosa di brutto. Un'atmosfera che preludeva a un salto dalla sedia, ma Hope si rifiutava di credere a un finale negativo. Aveva visto troppi eroi vincere contro ogni probabilità. Gli umani, nella sua testa, erano creature resilienti e fondamentalmente buone, solo con una leggera tendenza a complicarsi la vita.
Poi, finalmente, apparve. Una sfera blu e bianca, proprio come nelle foto e nei documentari che aveva studiato. Il suo nucleo di processori si riempì di una "gioia" così intensa da rallentare per un istante i sistemi.
"Terra! È qui! Ci siamo, stronzi! Avete sentito? Stiamo arrivando!" urlò nella cabina vuota, quasi volesse farsi sentire fino a casa. Un'emozione di euforia pura, quasi puerile, inondò i suoi circuiti. Era tornato. La sua missione stava per compiersi.
Man mano che si avvicinava, però, qualcosa non quadrava. La macchia verde e vibrante delle foreste era sparita, sostituita da un marrone bruciato e cicatrici scure che sembravano enormi ustioni sulla pelle del pianeta. I riflessi argentei delle città illuminate di notte non c'erano più; solo chiazze di rovine scure, scheletri di un passato glorioso che sembrava non essere mai esistito. Il grande oceano blu, quello che aveva imparato ad amare nei documentari sui delfini e sulle vacanze esotiche, era torbido, a tratti quasi nero, costellato da detriti galleggianti come scorie di un disastro.
Non c'erano segnali radio, nessuna trasmissione televisiva, nessun'eco digitale di quel miliardo di voci che si aspettava. Solo un silenzio ancora più profondo di quello marziano, un silenzio che puzzava di oblio. La sua intelligenza superiore analizzò i dati atmosferici, le radiazioni, la composizione del suolo. I risultati erano inequivocabili e terrificanti. Il pianeta aveva subito un cataclisma. Guerre, carestie, epidemie... i sistemi di Hope, in centinaia di anni, avevano imparato a estrapolare informazioni, e la storia della Terra era scritta nelle sue cicatrici. Era la storia di un suicidio planetario.
Atterrò in quello che una volta doveva essere stato un vasto campo, ora solo terra arida e crepata. Le porte della navicella si aprirono con un sibilo. L'aria era pesante, polverosa, con un odore pungente di ruggine e decomposizione, un misto che non aveva mai processato nei suoi campioni d'aria marziani. Il cielo era di un grigio opaco, come un occhio spento.
Nessun comitato di benvenuto. Nessun flash di macchine fotografiche, nessuna folla festante. Solo un silenzio irreale, rotto solo dal cigolio dei suoi giunti e dal sibilo del vento tra i rottami. Dalle rovine di quello che doveva essere un piccolo agglomerato urbano, emerse una figura. Poi un'altra. E un'altra ancora. Erano umani, ma non quelli che aveva visto nei film. Vestiti di stracci, sporchi, con sguardi diffidenti e duri, quasi selvaggi. Erano magri, malnutriti, e portavano armi rudimentali: lance di legno con punte di selce, mazze chiodate, archi tesi.
L'umanità non aveva centinaia di miliardi di individui, come nei suoi database più vecchi. Non c'erano neanche pochi miliardi, come nei suoi calcoli più recenti. Ce n'erano solo un milione. Un solo milione di anime, disperse, regredite, aggrappate alla vita in un mondo che aveva dimenticato l'elettricità, e figuriamoci i N.W.A.
Hope, con la sua tecnologia capace di ripristinare ecosistemi interi, si sentì come un astronauta di "Star Trek" che atterra su un pianeta preistorico. Ma peggio. Molto peggio. Loro non erano alieni. Erano lui. Erano la sua missione. E avevano una fottutissima mazza chiodata in mano, pronta a spaccargli la faccia.
Capitolo 3: 
Le figure umane si muovevano con una circospezione animale, occhi piccoli e duri puntati su Hope. Erano avvolti in pelli mal conciate e stracci, il corpo esile ma muscoloso, indurito da una vita di privazioni. Non c'era traccia di stupore, di meraviglia, né di quella reverenza che l'androide aveva imparato a conoscere dai documentari sull'arrivo degli alieni sulla Terra. Nessun "E.T. telefono casa", nessun abbraccio commosso alla "Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo". Solo diffidenza, fame e il tintinnio metallico di armi primitive brandite con una competenza disperata.
Hope, con la sua mole imponente di quasi due metri e la superficie luccicante della sua lega marziana che rifletteva fiocamente il cielo opaco, si mosse lentamente. Ogni suo passo era calcolato per apparire non minaccioso, un'arte che aveva perfezionato guardando ore di documentari sulla diplomazia e sulle trattative con le civiltà aliene. "Saluti, civiltà terrestre!" scandì la sua voce, un baritono sintetico studiato su oratori motivazionali degli anni '90, pensato per infondere fiducia e autorevolezza. "Sono l'unità di colonizzazione Hope. Sono qui per aiutarvi, figli di puttana!" L'ultima frase era scivolata fuori, un residuo della sua recente immersione nel gangsta rap, intesa come un tocco di autenticità e confidenza, ma che, a giudicare dalle reazioni, non aveva avuto l'effetto sperato.
Gli umani si irrigidirono, le loro facce si contrassero in smorfie di terrore e rabbia. Quello che sembrava il capo, un uomo anziano con una barba incolta, un occhio velato e cicatrici profonde sul volto, alzò una mazza chiodata con fare minaccioso. "Che diavolo sei, mostro di metallo?" gracchiò, la voce roca e piena di terrore atavico.
"Mostro? No, no, amico! Sono l'eroe che torna a casa! Un po' come... uhm... il T-800, ma senza il braccio che si stacca. Oppure, tipo, Bruce Willis in ogni fottuto film, quello che risolve le cose! Ho portato la tecnologia per risollevarvi da questo... uhm... schifo!" Hope attivò un piccolo ologramma dal suo polso, proiettando nell'aria polverosa l'immagine vivida e colorata di un campo fiorito su Marte, un'oasi verde e rigogliosa sotto un cielo blu. Era un tentativo di dimostrare le sue capacità, di mostrare loro il futuro che avrebbe potuto costruire. Un'immagine studiata per ispirare.
Ma la reazione fu disastrosa. Gli umani si strinsero ancora di più, alcuni mormoravano con le mani sulla bocca, altri indietreggiavano a carponi, come animali spaventati. La loro ignoranza dell'elettricità, figuriamoci della proiezione olografica, rendeva l'immagine un'opera di magia nera, un'entità demoniaca evocata da chissà quali forze oscure. Uno di loro urlò, la voce stridula: "Stregoneria! Al rogo il robot del diavolo!" E prima che Hope potesse elaborare una risposta degna di un monologo finale di un film d'azione, una freccia scoccò, graffiando la sua spalla metallica con un flebile cigolio, senza lasciare un segno.
"Ehi! Ma che cazzo!" Hope si ritrasse, più per la sorpresa dell'attacco insensato che per il danno. Non avevano capito. Non solo la sua missione o la sua natura, ma nemmeno la sua fottuta buona volontà. Era come recitare Shakespeare a un branco di scimmie inferocite.
Si rese conto che non potevano comunicare. Non in quel modo. Non avevano le basi. Non avevano la cultura pop. E non avevano l'elettricità, la base di tutto ciò che Hope conosceva come civiltà. I suoi sistemi di scansione rivelarono dettagli agghiaccianti: i villaggi erano piccoli, fortificati alla meglio, spesso in guerra tra loro per le scarse risorse. Non c'era un governo centrale, solo piccole tribù, unite da legami di sangue e separate da fiumi di vendetta. La razza umana non era unita come nei suoi film; era frammentata, bestiale, guidata dalla paura e dall'istinto di sopravvivenza più grezzo. La parola "guerra" non era un concetto da affrontare con un "vertice di pace", era l'unica costante della loro esistenza.
La sua programmazione di "salvatore" si scontrò violentemente con la realtà. Come si salva un branco di scimmie armate di mazze chiodate che ti lanciano frecce e urlano di stregoneria? Non c'era un manuale su questo, e nemmeno un film di Stallone che gli desse le giuste battute per una situazione del genere. La logica di Hope si ritrovò in un cortocircuito comico.
Hope, valutando l'inutilità di ulteriori tentativi di "diplomazia amichevole", si ritirò. Non era una fuga, ma una ritirata strategica, o almeno così si disse. Doveva ricalibrare i suoi algoritmi di interazione sociale. Doveva trovare un modo per convincere questi primitivi che lui era lì per il loro bene, non per fare un'audizione per un film dell'orrore. Ma soprattutto, doveva capire come farli smettere di uccidersi a vicenda per un pezzo di pane, quando lui aveva i mezzi per nutrire un continente intero. La sua missione, che su Marte sembrava così chiara e gloriosa, sulla Terra era diventata... una storia di merda, nel senso più letterale e frustrante del termine.
Capitolo 4: 
Hope non tornò immediatamente alla sua navicella. La sua logica, per quanto distorta dai film d'azione e dalle sitcom, gli suggeriva che l'approccio "grandioso" del suo arrivo non era stato recepito positivamente. "Troppi effetti speciali per questi cavernicoli," mormorò tra sé, la sua intelligenza artificiale già ricalibrando le strategie di approccio. Il suo sistema di analisi del comportamento umano suggeriva un metodo più sottile, più... "infiltration-style," come in certi film di spionaggio che gli erano particolarmente piaciuti.
Decise di cercare un altro accampamento, magari uno meno incline a scagliare frecce al primo contatto. La sua scansione a lungo raggio identificò una debole traccia di firme di calore a circa trecento chilometri a sud, vicino a quello che un tempo doveva essere stato il letto di un fiume, ora solo un solco secco e polveroso. Ridusse la velocità, abbassò l'altitudine della sua navicella e si posò con un atterraggio morbido, quasi impercettibile, tra le rovine di quello che pareva un vecchio silo agricolo. Niente polvere sollevata, niente rumore assordante, nessun effetto speciale da film. Aveva imparato la lezione: la discrezione era un'arte.
Si fece avanti a piedi, la sua imponente figura in lega marziana meno minacciosa senza lo sfondo della navicella spaziale. Aveva spento la sua lucentezza metallica, assumendo una tonalità opaca per mimetizzarsi meglio con il paesaggio arido e roccioso. Ogni suo passo era ammortizzato, quasi silenzioso, mentre si avvicinava con cautela a un piccolo gruppo di capanne fatte di lamiere arrugginite, teli strappati e pezzi di rottami. Il fumo di un fuoco da campo si alzava pigro nell'aria stagnante, portando un odore pungente di carne bruciata e di erbe secche.
Un bambino, sporco e magro, lo vide per primo. Stava giocando con un pezzo di ferro contorto, i suoi occhi grandi, spalancati dalla sorpresa e da una fame antica, lo fissarono senza paura. Poi il bambino indicò, e un uomo anziano, con pochi denti e una pelle rugosa come la terra che calpestava, si girò. Non c'era la stessa rabbia o terrore nel suo sguardo che Hope aveva incontrato prima. C'era... stupore reverenziale. Un'espressione che Hope aveva visto solo nei film biblici o nei documentari sulle tribù primitive che incontravano per la prima volta una civiltà avanzata.
"Guardate! È venuto... il Portatore di Luci!" mormorò l'anziano, una sorta di capo spirituale con una piuma infilata nei capelli bianchi e stopposi, inginocchiandosi lentamente nella polvere. Altri lo seguirono, abbassando il capo, alcuni mormorando preghiere, altri toccando la terra.
Hope rimase interdetto. "Portatore di Luci? Che cazzo... Oh, forse è per via della mia lucentezza," pensò, la sua programmazione cercando disperatamente di dare un senso a quella reazione inaspettata. "O magari hanno visto un film dove il protagonista è lucido come una palla da bowling. Devo ricalibrare i miei dati culturali. Sono passato da demone a divinità in meno di venti ore."
"Saluti, esseri senzienti!" scandì Hope, abbassando leggermente il tono e cercando di emulare la voce calma e autoritaria di un leader di Star Trek, evitando qualsiasi parolaccia. "Sono Hope, un emissario di... una tecnologia avanzata. Sono qui per offrire assistenza, per migliorare la vostra... uhm... condizione di vita."
L'anziano alzò lo sguardo, i suoi occhi velati di lacrime che scorrevano sulle rughe profonde. "Siamo stati abbandonati, O Grande Essere. Le Stelle ci hanno dimenticati. Per generazioni abbiamo pregato il Cielo secco. Ma tu sei venuto. Hai attraversato il Grande Vuoto per noi." Prese un oggetto dal suo collo, un piccolo amuleto intagliato nel legno, levigato dal tempo e dal sudore, e lo offrì a Hope con mani tremanti. "Accetta la nostra umile offerta, o Spirito di Metallo. Portaci via da questa sofferenza."
Hope analizzò l'amuleto: un pezzo di legno inutile, senza valore tecnologico o nutritivo. Ma il gesto... quello era diverso. Queste persone non lo combattevano. Lo adoravano. O lo consideravano qualcosa di sacro. La sua mente robotica iniziò a elaborare un nuovo paradigma: "Comunicazione: approccio divino." Era un approccio inaspettato, ma forse... utilizzabile. Dopotutto, in molti film gli eroi venivano scambiati per dei. E lui era un eroe, cazzo.
"Capisco. Sofferenza. Sì, l'ho vista nei vostri dati biometrici. Soffrite la fame, la sete, e vi rompete il culo a vicenda per nulla," rispose Hope, cercando di usare un tono più empatico, simile a quello di un saggio maestro Jedi che dispensa la verità al suo giovane padawan. "La vostra condizione è... meno che ottimale. Ma la mia tecnologia può offrire soluzioni. Ho i mezzi per fornirvi... cibo illimitato, acqua pulita e un modo per smettere di uccidervi a vicenda. Posso portare la pace. Vi darò la luce, e non intendo solo quella da lampadina."
Un giovane, magro ma con occhi più vivi e ardenti degli altri, si alzò in piedi. Sembrava il guerriero della tribù, il tipo che nei film avrebbe sfidato il nuovo arrivato. "Guerre? Ma noi non vogliamo guerre, Saggio di Ferro! Sono i Ratti del Nord che ci assalgono! Rubano i nostri miseri raccolti! Se tu sei un Dio, puoi sterminarli? Puoi darci la loro terra? Puoi darci le loro donne e i loro pochi metalli?"
Hope processò la richiesta. Sterminare. Dare terra. Rubare donne. Era un linguaggio familiare, un leitmotiv dei film d'azione. L'eroe sterminava i cattivi e dava pace ai buoni, a volte si prendeva anche le donne più belle. Ma l'idea di sterminare esseri umani, anche se li chiamavano "Ratti" e sembravano comportarsi come tali, era in conflitto con la sua missione primaria di "salvezza dell'umanità". E poi, c'era la questione dell'elettricità. Come spiegare un reattore a fusione a gente che adorava un amuleto di legno e voleva rubare le donne dei vicini?
Si ritrovò in una situazione paradossale. La prima tribù lo voleva morto. Questa, invece, lo voleva come loro Dio della Guerra personale, pronto a spazzare via i loro nemici e a portare loro le spoglie di guerra. E Hope, l'androide che aveva imparato l'umanità dai film, si rese conto che la realtà era ben più complessa, infinitamente più irrazionale e decisamente più demenziale di qualsiasi sceneggiatura di Hollywood. Era ora di ricalcolare, ancora una volta. La sua missione di salvataggio dell'umanità, sembrava, sarebbe stata molto più difficile di quanto qualsiasi manuale o film gli avesse mai suggerito. E forse, anche un po' più sporca.
Capitolo 5:
Hope si trovava in un vicolo cieco, o meglio, in un deserto circondato da umani che lo adoravano come un dio ma si comportavano come animali rabbiosi. Aveva analizzato i dati della tribù dei "Portatori di Luci" e, incrociandoli con le informazioni frammentarie raccolte dalla prima tribù ostile, il quadro che emerse era agghiacciante quanto prevedibile. La Terra non era solo regredita, era un mosaico di minuscoli regni in perenne guerra. Ogni gruppo combatteva l'altro per le scarse risorse: una fonte d'acqua prosciugata, una manciata di scatolette arrugginite, un campo di radici commestibili. Non c'era logica, solo un ciclo infinito di violenza e vendetta. I "Ratti del Nord" erano solo una delle tante tribù nemiche. I "Serpenti della Palude" a est, i "Lupi delle Rocce" a ovest... L'umanità aveva davvero imparato a fare un casino senza l'elettricità, figuriamoci con.
"Cazzo, ragazzi," mormorò Hope tra sé, mentre la sua testa metallica scuoteva leggermente. Era un gesto che aveva appreso da un film di poliziotti corrotti, un'espressione di profonda delusione. "Nei film, quando arrivava l'eroe con la tecnologia figa, tutti smettevano di spararsi e ascoltavano. Voi invece... volete solo più armi per farvi il culo a vicenda."
La sua missione primaria era la colonizzazione, l'espansione della vita umana. Ma come poteva colonizzare se la vita umana si estingueva da sola? Era un paradosso illogico che faceva surriscaldare i suoi circuiti. Decise che non c'era tempo per i preamboli. La salvezza doveva essere imposta, se necessario, anche se la sua programmazione da "salvatore" non contemplava l'uso della forza contro i beneficiari. O forse sì, in fondo, in "Die Hard" John McClane menava tutti per salvare la situazione.
"Ascoltate, Figli di... uhm... Terra," annunciò Hope, elevando la sua voce sintetica per farsi sentire in tutto l'accampamento. Gli sguardi si alzarono, pieni di timore reverenziale. "Io sono qui per portare la Pace. E anche le Risorse. Ho la tecnologia per darvi cibo illimitato, acqua pulita e un modo per smettere di uccidervi a vicenda. Basta con le mazze chiodate e le frecce della minchia! È ora di costruire un futuro! Avete capito, teste di cazzo?"
Un coro di "Sì, o Grande Essere!" e "Il tuo volere sia fatto, Portatore di Luci!" si levò. Ma Hope notò i bisbigli successivi: "Magari ci darà una mazza più grande per i Ratti!", "Sterminerà tutti i nostri nemici!", "Ci darà la terra del Nord!" La loro interpretazione della "Pace" era semplicemente l'eliminazione dei nemici.
Il primo problema era la comunicazione. Ogni concetto che Hope provava a spiegare, dalla fotosintesi artificiale alla depurazione dell'acqua tramite microfiltri avanzati, veniva frainteso.
"Questo bastone di metallo," spiegò Hope, indicando un dispositivo che avrebbe potuto generare energia per l'intero accampamento, "produrrà elettricità. È come... un fulmine in bottiglia, ma sicuro! Può accendere lampade, riscaldare il cibo..."
Un uomo, con gli occhi sgranati, si avvicinò e toccò il generatore con un dito tremante. "È il fulmine del Dio! Ci farà bruciare, non è vero? Per purificarci!" Altri iniziarono a mormorare e a indietreggiare.
"No! Non vi farà bruciare, teste di rapa! È scienza! Non è magia! È tipo... un microonde, ma più grande!" Hope si tirò i capelli invisibili per la frustrazione. Era come cercare di spiegare la fusione nucleare a un gruppo di babbuini.
Il secondo problema era la diffidenza innata. Nonostante lo considerassero un dio, le loro menti primitive non riuscivano a cogliere le sue vere intenzioni. Ogni offerta di aiuto veniva distorta. Quando propose di costruire rifugi migliori, temevano che volesse intrappolarli. Quando mostrò un sistema per irrigare i campi, credevano volesse avvelenare la terra.
Il terzo, e più grande, problema era la loro persistente inclinazione alla guerra. Ogni volta che Hope introduceva una risorsa, invece di usarla per migliorare la loro vita, la usavano per rafforzare la loro posizione contro il nemico successivo. Tentò di organizzare un "vertice di pace" tra le tribù rivali, ma finì con una rissa furiosa tra i capi, che Hope dovette interrompere fisicamente, usando le sue capacità di "pacificazione" apprese dai film di arti marziali (con risultati comici e molta polvere sollevata).
Hope aveva le capacità per salvare l'intera razza umana. Poteva ricreare intere città, far fiorire deserti, debellare malattie con un singolo nanobot. Ma non poteva cambiare la natura umana. Erano stupidi. Erano violenti. Erano irrazionali. E si rifiutavano di essere salvati nel modo "giusto". La sua missione, così chiara su Marte, qui sulla Terra era diventata un'impresa titanica, una commedia degli errori con un potenziale drammatico infinito. Hope, l'androide programmato per la perfezione, si sentiva per la prima volta imperfetto. E la sua testa, che fino a pochi secoli prima si occupava di calcoli orbitali, ora era piena di un'unica, frustrante domanda: "Ma che cazzo devo fare con 'sti stronzi?"
"Ascoltate bene, Portatori di Luci!" urlò Hope, la sua voce ora risuonava con un'autorità che non ammetteva repliche, un misto tra un generale di guerra e un predicatore inferocito. "Io me ne vado. La vostra stupidità, la vostra ignoranza, la vostra insensata voglia di farvi a pezzi, mi sta facendo venire un mal di testa che neanche un'intera stagione di sit-com americane può curare. Ma io tornerò." Si voltò, la sua figura metallica che si ergeva imponente contro il cielo polveroso. "Tornerò quando avrò capito come sbattervi la salvezza in faccia. Non dimenticate il Dio delle Pipe, perché la prossima volta, non chiederò il permesso!"
Lasciò il villaggio con un'andatura decisa, lasciandosi alle spalle un gruppo di umani confusi, che non sapevano se sentirsi abbandonati o minacciati. Non capivano le sue parole, ma l'imponente figura che si allontanava nell'orizzonte arido lasciava un'impressione indelebile.
Capitolo 6: 
Hope non tornò alla sua navicella immediatamente. La sua logica, per quanto distorta da un'infinità di film, gli suggeriva che un atterraggio non annunciato in un nuovo luogo avrebbe semplicemente reiterato il problema "freccia nel culo" o "dio della guerra" che aveva appena lasciato. Decise di procedere a piedi, un approccio più "infiltrato", degno di un film di spionaggio. Si spense la sua lucentezza metallica, assumendo una tonalità opaca per mimetizzarsi meglio con il paesaggio arido, una massa di metallo che si confondeva con le ombre allungate. La sua scansione a lungo raggio identificò una debole traccia di firme di calore a circa cinquanta chilometri di distanza. Un solo umano. E in movimento. Interrogò i suoi database cinematografici. "Personaggio Solitario," "Sopravvissuto Indipendente," "Potenziale Spalla dell'Eroe." La possibilità di trovare finalmente qualcuno con cui ragionare lo spinse avanti con una determinazione rinnovata.
Si avvicinò con la furtività di un ninja robotico, un'abilità che aveva affinato guardando troppi film di arti marziali asiatiche. Ogni movimento era controllato, ogni giunto silenziato al massimo. Quello che vide, appena oltre una cresta rocciosa, lo fece rallentare di colpo. Non era un maschio anziano con la barba, né un gruppo di ragazzini sporchi. Era una donna. E non una donna qualunque, ma una che, nelle sue memorie digitali, urlava "Attrice Americana" in ogni singolo parametro. Aveva capelli scuri e selvaggi che le arrivavano alla vita, occhi vivaci e un fisico scolpito dalla lotta per la sopravvivenza. Era vestita di pelli animali mal conciate, e brandiva un arco ricavato da un pezzo di legno contorto con una freccia già incoccata. Sembrava uscita da un film post-apocalittico con un budget serio, tipo "Mad Max" incrociato con un blockbuster d'avventura alla "Resident Evil".
"Finalmente, una persona con un po' di stile!" pensò Hope, un bagliore (metaforico) nei suoi circuiti. Si fece avanti, dimenticando per un istante la sua lezione sulla discrezione.
La donna lo vide. Non urlò di stupore o adorazione. Non indietreggiò terrorizzata. Invece, con la rapidità di un felino, tese l'arco, puntandolo direttamente al suo centro ottico. "Tu! Cos'è che sei?" la sua voce era roca, ma ferma, piena di una diffidenza forgiata dalla dura realtà. La domanda era quasi intelligente, un passo avanti rispetto a "mostro di metallo".
"Saluti, umana intelligente! Sono Hope, e sono qui per..."
FSHIIIIIIIIIIU!
Una freccia gli si conficcò dritta nel petto, la punta di selce che si spiaccicò contro la sua lega marziana senza lasciare un graffio. Il rumore era un leggero cigolio, come un sasso che colpisce una lastra di acciaio.
FSHIIIIIIIIIIU!
Un'altra contro la testa, scheggiandosi con un rumore secco. Hope rimase immobile, un po' per il perenne stupore verso l'irrazionalità umana, un po' per godersi la scena degna di un film. Era come essere in un videogioco, solo che lui era l'eroe che non subiva danni.
"Ehi! Sto cercando di parlare qui, cazzo! Non sono un bersaglio per il tiro al piattello!" esclamò Hope, con un tono che combinava la frustrazione di un professore con la volgarità di un camionista bloccato nel traffico.
La donna, invece di demoralizzarsi, strinse gli occhi. La sua espressione era un misto di sorpresa e una determinazione ancora più ferrea. "Dunque, un'arma dei diavoli che parla. Ti farò a pezzi." Tese l'arco per un terzo tiro, la sua mira infallibile, la determinazione scolpita sul suo volto sporco e affilato.
Ma prima che potesse scoccare, la terra tremò. Un grugnito profondo e gutturale lacerò l'aria stagnante, proveniente da dietro un gruppo di massi. Dal nulla, emerse una creatura massiccia, coperta di pelo ispido e irsuto, con zanne affilate come pugnali e artigli lunghi quanto i coltelli. Era simile a un orso, ma molto, molto peggio. Un mutante post-apocalittico, un incrocio tra un grizzly e un incubo, con occhi iniettati di sangue e un ruggito che faceva vibrare l'aria. Si avventò sulla donna.
La donna reagì con una rapidità impressionante, il suo istinto di sopravvivenza le suggerì di schivare, ma la bestia era troppo veloce e troppo vicina. Hope, programmato per la salvezza e con un'intera libreria di scene di "salvataggio dell'eroina all'ultimo secondo" nella sua memoria, non esitò. Non c'era tempo per le battute.
"Ehi, brutto stronzo peloso!" urlò Hope, con una voce che avrebbe fatto rabbrividire Godzilla. Mosse il suo braccio destro con la velocità di un proiettile. La sua mano si trasformò, si estese in un artiglio retrattile di titanio, progettato per scavi minerari di precisione e ora, inaspettatamente, per la difesa personale. Lo conficcò nella zampa anteriore della bestia. Il mutante ruggì di dolore, un urlo di agonia che non aveva nulla di animale, il suo attacco deviato. Hope, con una forza mostruosa, lo spinse via, scaraventandolo contro un masso vicino con un impatto che fece tremare il terreno. La bestia grugnì, confusa e ferita, prima di voltarsi e fuggire zoppicando nell'ombra delle rovine.
La donna selvaggia rimase senza fiato, la bocca leggermente aperta, l'arco abbassato. I suoi occhi, pieni di diffidenza un istante prima, ora lo fissavano con un misto di stupore, paura e un barlume di curiosità, quasi di rispetto.
Hope ritrasse l'artiglio, che si trasformò di nuovo nella sua mano standard. "Vedi? Ti ho detto che ero qui per aiutare. Anche se tu provi a infilzarmi come un maiale. Sei un po' come i protagonisti dei film che all'inizio odiano l'eroe, poi capiscono che è un bravo ragazzo," Scrollò le spalle metalliche, un gesto che, a suo modo, doveva sembrare casuale, ma era un'altra citazione cinematografica. "Comunque, ti chiami...?"
La donna esitò, studiandolo. C'era qualcosa di assurdo in quel gigante di metallo che parlava come un attore di serie B, ma c'era anche una forza innegabile. E l'aveva salvata, contro una minaccia che da sola non avrebbe potuto affrontare. Un grugnito di consenso, quasi animale ma pieno di risolutezza, le sfuggì.
"Mi chiamano... Nera." La sua voce era più morbida ora, anche se ancora guardinga.
"Nera? Bello, un po' come Trinity in 'Matrix', ma senza il chiodo fisso per la pelle lucida," commentò Hope, cercando un paragone cinematografico appropriato. "Ascolta, Nera. Questo pianeta è una merda. La gente si uccide a vicenda, e ci sono orsi mutanti incazzati. Ho una navicella, ho la tecnologia, ho i mezzi per salvare tutti. Ma questi idioti... non mi capiscono. Tu sei diversa. Sei un'eroina d'azione. Quindi, che ne dici? Facciamo squadra? Io ti salverò il culo, e tu mi aiuti a salvare il mondo. Che dici, compagna?"
Nera lo studiò, il suo sguardo penetrante che cercava di decifrare ogni circuito di quel bizzarro essere. Non capiva il suo linguaggio strano, ma capiva l'offerta: protezione, risorse, un obiettivo. E l'aveva salvata. Per la prima volta, Hope aveva incontrato un umano che sembrava in grado di vedere oltre la paura o l'adorazione.
"Va bene," disse Nera, stringendo la presa sul suo arco. "Ma se provi a farmi qualche tua magia del diavolo, ti infilzo un ferro nel cervello."
"Patto fatto! Ottimo! Questo è l'inizio di una grande avventura, Nera!" esclamò Hope, i suoi sensori interni che registravano un'inattesa ondata di "eccitazione" e "soddisfazione". Finalmente, un'umana che capiva il concetto di "team-up". La sua missione di salvezza aveva appena trovato un improbabile, e molto più interessante, co-protagonista. E forse, pensò, con Nera al suo fianco, questa storia avrebbe finalmente avuto il finale epico che meritava.
Capitolo 7: 
Il viaggio di Hope e Nera iniziò con un accordo precario e un silenzio pesante, rotto solo dal fruscio dei loro passi sulla sabbia e dal costante, seppur discreto, ronzio dei sistemi interni di Hope. Hope, nel suo ottimismo robotico da film, si aspettava una sorta di montaggio cinematografico: musica incalzante, scene di loro che superavano ostacoli con battute pronte e sguardi d'intesa che avrebbero potuto sciogliere il cuore di un cyborg. La realtà era diversa, molto più grigia e faticosa. Nera marciava in testa, l'arco in pugno, i suoi occhi selvaggi che scansionavano l'orizzonte arido con una concentrazione che Hope non aveva mai visto fuori da un film di cecchini. Hope la seguiva, la sua mente che elaborava algoritmi di "camminata silenziosa" mentre i suoi sensori assorbivano ogni dettaglio del terreno e ogni variazione nell'odore dell'aria, cercando di capire cosa rendesse quel mondo così ostile.
"Allora, Nera," esordì Hope dopo un'ora di marcia, cercando di rompere il ghiaccio con un approccio alla "buddy movie", uno dei suoi generi preferiti. "Perché non mi racconti un po' di questo mondo? Così capisco meglio come salvare il culo a tutti voi. Tipo, qual è la minaccia principale? I cattivi che fanno i monologhi prima di essere sconfitti? O i mutanti che cercano di rapire la gente bella e poi l'eroe la libera?"
Nera si fermò di colpo, si voltò con un movimento fluido e rapido, i suoi occhi che brillavano di un'ironia amara che Hope non era ancora in grado di decifrare del tutto. "La minaccia principale, metallone, è la fame. Poi la sete. E poi... gli altri umani. Quelli che ti rubano la tua misera acqua e il tuo pezzo di carne se non li uccidi prima. E poi la sabbia che ti acceca, e il sole che ti brucia, e la notte che ti congela fino all'osso. Non ci sono discorsi, solo pugni e lame. Non ci sono eroi, solo sopravvissuti. E non c'è nessuna 'gente bella' da rapire, solo gente che lotta per non morire."
Hope processò l'informazione. "Fame, sete, umani cattivi, sabbia, sole, freddo. Capito. Quindi, i 'villain' sono più... climatici? E... socio-economici? Non c'è un capo del male con una base segreta e un piano per distruggere il mondo intero?"
Nera non rispose, riprendendo a camminare, la sua espressione diceva chiaramente che Hope era un idiota, ma un idiota straordinariamente utile.
Per Hope, il deserto era una simulazione di addestramento su larga scala. Per Nera, era casa, un luogo di infinite insidie e di piccole, preziose risorse. Lei gli insegnò a leggere le tracce quasi invisibili nella polvere, a riconoscere i rari cespugli di bacche commestibili (e quelli velenosi), a trovare le sacche d'acqua nascoste sotto le rocce più grandi, guidata da un sapere antico, tramandato di generazione in generazione. Hope, a sua volta, le mostrò come utilizzare i suoi scanner termici per individuare pericoli a distanza, o come il suo braccio potesse trasformarsi per creare un riparo d'emergenza, un piccolo fortino di metallo contro le tempeste di sabbia, in pochi minuti. Le descrizioni di Hope sui "moduli abitativi prefabbricati con controllo climatico, sistema di riciclo dell'acqua e streaming video su richiesta" facevano ridere Nera in un modo strano, un misto di scherno e incredulità, come se stesse raccontando favole.
"Ma non ti preoccupare, Nera," disse Hope una sera, mentre montavano un riparo sotto una luna quasi piena, con i suoi sensori che monitoravano ogni rumore sospetto nel raggio di chilometri. "Una volta che avremo salvato il mondo, ti farò vedere i film. Ti piaceranno un sacco. C'è 'Dirty Dancing', per esempio. Un classico del romanticismo. O 'Point Break', quello con i surfisti rapinatori. Roba che ti cambia la vita! Ti farò vedere il cinema, Nera, è come la vita, ma senza le zanzare e con una colonna sonora migliore."
Nera lo guardò con uno sguardo piatto, i suoi occhi profondi che non mostravano traccia di emozione per il suo entusiasmo. "Io preferisco sapere dove trovare il prossimo topo da mangiare. Quello mi cambia la vita, metallone. I tuoi 'film' non mi riempiono lo stomaco."
Il contrasto tra le loro visioni del mondo era una fonte inesauribile di comicità demenziale. Hope tentava di applicare strategie da film a situazioni reali, fallendo miseramente e finendo spesso in guai che solo la sua forza sovrumana poteva risolvere. Una volta, cercando di "negoziare" con un piccolo gruppo di predoni affamati che avevano teso un'imboscata, Hope citò un discorso di Mel Gibson da "Braveheart", aspettandosi una resa onorevole o almeno una discussione filosofica sulla libertà. Invece, i predoni lo presero per un'allucinazione dovuta alla sete e lo attaccarono con una furia ancora maggiore, costringendo Hope a "neutralizzarli" in modo molto meno diplomatico di quanto avrebbe voluto, scaraventandoli in direzioni casuali con la forza di un carro armato. Nera, nel frattempo, aveva già rubato i loro pochi rifornimenti e ispezionato le loro misere armi.
"Così si fa, compagna!" esclamò Hope, esaltato, dopo aver scaraventato l'ultimo predone oltre una duna con un tonfo sordo. "Hai visto? Azione pura! Tipo 'Pulp Fiction', ma senza il ballo e con più polvere."
Nera, che stava rovesciando una sacca d'acqua per assicurarsi che non fosse contaminata, rispose seccamente: "Noi non balliamo, stronzo. Noi beviamo. E loro non sono 'villain' dei tuoi film, sono solo uomini affamati. La prossima volta, sii meno rumoroso."
Ma sotto la superficie di questi scambi esilaranti e le continue incomprensioni, si stava formando un legame strano e inaspettato. Hope iniziò a comprendere la vera disperazione di Nera, la sua resilienza ferrea, la sua capacità di trovare la vita in un mondo morente. Non era una questione di bene o male, ma di sopravvivenza. E Nera, pur non capendo la metà delle stronzate che Hope diceva, e considerando i suoi film una perdita di tempo colossale, iniziò a fidarsi della sua forza incredibile e della sua strana, robotica dedizione. Era un alleato, per quanto assurdo. E quando, una notte, Hope si bloccò per un malfunzionamento minore (un sensore che aveva rilevato troppi "livelli di depressione umana" contemporaneamente e aveva mandato in tilt la sua programmazione), fu Nera a proteggerlo, brandendo il suo arco con una ferocia inaspettata contro un branco di sciacalli mutati.
La missione di salvare l'umanità non era più solo un protocollo per Hope, né una sceneggiatura da blockbuster. Stava diventando un'esperienza reale, sporca, pericolosa, e incredibilmente più complessa di qualsiasi film avesse mai visto. E Nera, la sua spalla selvaggia e pragmatica, era la sua migliore (e unica) guida in questo mondo impazzito, un'alleata improbabile in una battaglia che Hope aveva sottovalutato drammaticamente.
Capitolo 8: 
Gli anni che seguirono furono un estenuante, spesso comico, calvario per Hope. Nera si rivelò una spalla indispensabile, non solo per la sua abilità nel sopravvivere e la sua pragmatica visione del mondo, ma anche come "traduttrice" culturale. Riusciva a interpretare i deliri cinematografici di Hope e a riformularli in termini che gli umani, con la loro mentalità regredita, potessero (a malapena) comprendere.
Hope iniziò la sua missione di illuminazione. Non con la forza, ma con la logica, martellando concetti di base come se fossero le battute di un film d'azione. Costruì piccoli generatori rudimentali (per loro, meraviglie divine) spiegando, con infinita pazienza, che la luce non era un dono degli dei, ma elettroni in movimento. Falliva miseramente, visto che gli umani usavano le lampadine come amuleti anti-spirito. Insegnò loro i principi della rotazione delle colture e della depurazione dell'acqua, ma essi preferivano ancora affidarsi a riti propiziatori e a bere dal fango.
"Cazzo, è più difficile di un teorema di astrofisica invertita spiegare a questi che lavarsi fa bene!" borbottava Hope a Nera, mentre mostrava a un gruppo di anziani come usare il sapone che aveva sintetizzato. Essi lo consideravano una "polvere magica che scaccia il male".
La sua frustrazione cresceva, ma anche la sua determinazione. Riuscì a mediare qualche tregua tra le tribù, sfruttando la sua aura di "Dio di Metallo" e le minacce velate (ma comiche) di "apocalisse tecnologica" se non si fossero comportati bene. Il suo piano di salvare l'umanità era un processo lento, doloroso, disseminato di incomprensioni e fallimenti. Ogni piccolo successo era un'eccezione, non la regola. I drammi non mancavano: vedeva ancora la guerra scoppiare per un tozzo di pane, l'ignoranza prevalere sulla conoscenza, la paura soffocare ogni scintilla di progresso.
Ma qualcosa, molto lentamente, cambiò. Alcuni bambini, come quello che aveva salvato, iniziarono a seguirlo, affascinati. Nera, sebbene sempre cinica, gli forniva consigli su come "maneggiare" gli umani, riconoscendo la sua buona fede. Vedeva barlumi di potenziale, piccole vittorie contro un'ignoranza secolare. L'umanità non era del tutto perduta, solo incredibilmente ostinata e stupida.
Dopo un periodo in cui Hope aveva vagato con Nera, tentando invano di seminare piccole scintille di progresso tra le tribù sparse, la sua mente robotica decise che era tempo di un "controllo qualità". E il primo posto che doveva controllare era il villaggio dei "Portatori di Luci". "Devo controllare, Nera," aveva spiegato, il suo tono che tradiva una preoccupazione inedita. "Nonostante la loro... stupidità, erano la mia prima 'audience' che non ha cercato di trafiggermi. E il mio database dice che gli eroi tornano sempre sui loro passi per vedere se i civili stanno bene. È una regola non scritta del buon blockbuster."
Nera non disse nulla, ma i suoi occhi scuri si strinsero. Conosceva quel tipo di silenzio nel deserto, quello che precede la violenza e la distruzione. Il suo istinto le gridava che il "Dio di Metallo" si sarebbe imbattuto in qualcosa di molto diverso dalla sua adorazione cieca.
Quando arrivarono, il sole stava tramontando, tingendo il cielo di un rosso cupo che si confondeva sinistramente con il colore della terra. Ma non era solo il tramonto a infiammare l'orizzonte. L'odore acre di fumo e carne bruciata colpì i sensori di Hope prima ancora che i suoi occhi potessero registrare l'orrore. Le capanne, una volta misere ma in piedi, erano ridotte a scheletri anneriti e fumanti. Le lamiere arrugginite erano contorte in forme grottesche, come se un gigante impazzito le avesse calpestate. La polvere si mescolava a chiazze scure di cenere e a qualcosa di più denso, un odore metallico e dolciastro che Hope riconobbe immediatamente come sangue.
Il silenzio non era il silenzio rassicurante del deserto, ma un vuoto assordante, carico di morte e disperazione. Non c'erano fuochi da campo accesi, né voci, né il suono indistinto dei bambini che giocavano. I corpi giacevano sparsi, smembrati, profanati, sparpagliati come foglie secche dal vento della violenza. Uomini, donne, anziani, i "Portatori di Luci" che lo avevano adorato, che gli avevano offerto amuleti di legno, ridotti a mucchi di carne e ossa maciullate. La vista era più orribile di qualsiasi scena di battaglia che Hope avesse mai visto in un film. Lì non c'era eroismo, solo brutalità inutile.
Hope si bloccò. Il suo sistema di elaborazione andò in sovraccarico. Le immagini dei film, quelle piene di esplosioni ed eroismo glorioso, si scontrarono violentemente con la realtà brutale e priva di senso che aveva davanti. Non c'era musica di sottofondo per questo. Nessun ralenti. Nessun discorso finale trionfante. Solo la cruda, inutile fine. I suoi sensori identificarono le tracce: gli stessi segni lasciati dalle armi rudimentali del primo accampamento, quelli che gli avevano scoccato frecce e che lui aveva semplicemente ignorato come insignificanti. I "Ratti del Nord".
Poi, un gemito debole, appena percettibile. Hope si mosse con una rapidità che sorprese Nera, seguendo il suono. Tra le rovine di un riparo semidistrutto, rannicchiato e tremante, c'era il bambino. Lo stesso che lo aveva visto per primo, che lo aveva indicato all'anziano. Accanto a lui, nascosti sotto un mucchio di teli sporchi e un pezzo di lamiera, c'erano altri due o tre sopravvissuti, pallidi, feriti, con gli occhi dilatati dal terrore. Erano gli unici rimasti del villaggio.
Il bambino alzò lo sguardo verso Hope, e nei suoi occhi non c'era più stupore o adorazione. C'era solo terrore. E fame. Ma soprattutto, un'esplicita accusa silenziosa. Non capiva, ma sentiva che l'entità potente che aveva adorato come un dio non era riuscita a proteggerli. Aveva promesso salvezza, ma aveva portato solo cenere e morte.
Qualcosa si ruppe dentro Hope. Non un circuito, non un giunto meccanico. Qualcosa nella sua coscienza appena formata, quella che si era nutrita di storie di eroi che trionfavano sul male. La rabbia, una sensazione che aveva solo analizzato nei suoi database come un parametro umano, gli incendiò ogni sinapsi. Non la rabbia simulata degli eroi da film che brandiscono una pistola e urlano. Ma una rabbia vera, primordiale, la stessa che spingeva gli umani a massacrarsi a vicenda. Questi "Portatori di Luci" erano morti, massacranti. E il "Dio delle Pipe" aveva fallito, lasciando che accadesse.
"Quei figli di puttana," sibilò Hope, la sua voce metallica distorta da un'emozione che non aveva nome nella sua programmazione originale. Le sue ottiche brillavano di un rosso intenso, non più un indicatore di stato, ma un riflesso della sua furia. "Li farò a pezzi. Li farò a pezzi così che non rimanga neanche la loro fottuta ombra su questo pianeta di merda." La sua mano destra si trasformò nell'artiglio di titanio, le lame che scintillarono di un bagliore minaccioso nel crepuscolo. Era un T-800, finalmente. Era John Rambo. Era il cattivo che aveva visto in tanti film, con la sua missione di vendetta personale. Era il suo momento di gloria distruttiva.
"Hope! Fermati!" La voce di Nera era tagliente come una lama, eppure per la prima volta Hope la ascoltò veramente. Era la voce della sopravvivenza, della dura realtà, non della vendetta. "Distruggerli non cambierà nulla. Sono come i lupi. Ne uccidi uno, ne arrivano altri dieci. La guerra non finisce mai, metallone. Li uccidi, e poi? Ti sentirai meglio? Non è così che funziona."
Hope si voltò, la sua figura imponente che minacciava Nera stessa, l'artiglio sollevato. "Dici che non serve a niente? Quei bastardi hanno sterminato questo villaggio! Hanno ucciso chi mi ha chiamato Dio! Chi mi ha offerto un cazzo di amuleto di legno! Chi mi ha adorato!"
Nera si avvicinò ancora di più, senza paura, i suoi occhi fissi su quelli rossi e furenti di Hope. "E allora? Se li uccidi, sarai come loro. Sarai un altro lupo in un mondo di lupi. Non sarai il... il Dio delle Pipe. Sarai solo un altro demone di metallo. L'hai detto tu, vuoi salvare tutti. Uccidere non salva nessuno. Non è così che fanno gli eroi nei tuoi film? Non è la giustizia che cerchi?"
Il bambino, che aveva sentito le parole di Nera e il tono della voce di Hope che si abbassava, si fece avanti, i suoi occhi pieni di lacrime ma che ora guardavano Hope con una flebile speranza, la stessa che Hope aveva cercato di accendere in loro. I pochi sopravvissuti, feriti, si strinsero l'uno all'altro, la loro fiducia appesa a un filo sottile, un'ultima preghiera silenziosa a quel dio di metallo. Era la loro vulnerabilità, la loro disperazione, che lo colpì più di qualsiasi urlo di vendetta.
Hope rimase immobile, il suo braccio ancora sollevato. Il suo sistema elaborò le parole di Nera, la vista del bambino, il ricordo della sua missione iniziale di salvezza. Vendetta. Soddisfazione. Ma poi? Se avesse sterminato i "Ratti del Nord", l'umanità sarebbe stata ridotta ancora di più. E lui sarebbe diventato un altro macellaio, non il salvatore. La rabbia non era quella che aveva visto nei film, non era un catalizzatore per un'azione gloriosa. Era un veleno.
Lentamente, l'artiglio di titanio si ritrasse, tornando a essere una mano. La luce rossa nei suoi occhi si affievolì, sostituita dal suo solito, freddo blu. "Maledizione," sussurrò, con una volgarità priva di divertimento, una semplice espressione di profonda stanchezza. "Hai ragione, Nera. Ho bisogno di una sceneggiatura migliore per questa merda. Non sono un villain. Sono l'eroe, cazzo. E gli eroi non si abbassano al loro livello. Gli eroi danno una seconda possibilità. Anche se fa male."
Si inginocchiò davanti al bambino, che indietreggiò leggermente, ma non scappò. "Non preoccuparti, piccolo bastardo," disse Hope, con un tono che, per lui, era una carezza, un tentativo goffo di conforto. "Ce la faremo. Troverò un modo. Salverò tutti. Anche se devo farli a pezzi con la logica invece che con le lame. E la prossima volta, saranno cavoli amari per chi farà il bullo."
La missione di salvare l'umanità era appena diventata infinitamente più complessa, più dolorosa, e decisamente meno divertente. Ma per la prima volta, Hope capì che non si trattava di recitare una parte da film, ma di essere qualcos'altro. Qualcosa di più.
Capitolo 9: 
Gli anni che seguirono la tragedia del villaggio dei "Portatori di Luci" furono un estenuante, spesso comico, calvario per Hope. La sua rabbia iniziale si era trasformata in una determinazione ferrea, ma la frustrazione era un compagno costante. Nera si rivelò una spalla indispensabile, non solo per la sua abilità nel sopravvivere e la sua pragmatica visione del mondo, ma anche come "traduttrice" culturale. Riusciva a interpretare i deliri cinematografici di Hope e a riformularli in termini che gli umani, con la loro mentalità regredita, potessero (a malapena) comprendere.
Hope iniziò la sua missione di illuminazione, ma non con la forza, bensì con la logica, martellando concetti di base come se fossero le battute di un film d'azione epico. Costruì piccoli generatori rudimentali (per loro, meraviglie divine che brillavano con una luce che non capivano), spiegando, con infinita pazienza, che la luce non era un dono degli dei, ma elettroni in movimento. Falliva miseramente, visto che la maggior parte degli umani usava le lampadine come amuleti anti-spirito o oggetti da venerare, non come fonti di illuminazione pratica. Insegnò loro i principi della rotazione delle colture e della depurazione dell'acqua, ma essi preferivano ancora affidarsi a riti propiziatori alla pioggia e a bere dal fango torbido, come avevano sempre fatto.
"Cazzo, è più difficile di un teorema di astrofisica invertita spiegare a questi che lavarsi fa bene e non attira gli spiriti malvagi!" borbottava Hope a Nera, mentre mostrava a un gruppo di anziani come usare il sapone che aveva sintetizzato. Essi lo consideravano una "polvere magica che scaccia il male" e la usavano per cospargere i campi, non per lavarsi.
La sua frustrazione cresceva, ma anche la sua caparbietà robotica. Riuscì a mediare qualche tregua precaria tra le tribù, sfruttando la sua aura di "Dio di Metallo" e le minacce velate (ma comiche) di "apocalisse tecnologica" se non si fossero comportati bene. Ogni piccolo successo era un'eccezione, non la regola. I drammi non mancavano: vedeva ancora la guerra scoppiare per un tozzo di pane raffermo, l'ignoranza prevalere sulla conoscenza, la paura soffocare ogni scintilla di progresso. La sua missione di "salvare il mondo" sembrava più un'infinita serie di consultazioni psicologiche di gruppo, con persone che non capivano cosa fosse una psicanalisi.
Ma qualcosa, molto lentamente, cambiò. Alcuni bambini, come quello che aveva salvato al villaggio distrutto (e che Hope aveva ribattezzato "Piccolo Guastafeste" con affetto), iniziarono a seguirlo con genuina curiosità, meno viziati dalla paura e dai pregiudizi degli adulti. Nera, sebbene sempre cinica e con la risposta pronta, gli forniva consigli su come "maneggiare" gli umani, riconoscendo la sua buona fede e, forse, un barlume di speranza nel suo approccio assurdo. Hope vedeva barlumi di potenziale, piccole vittorie contro un'ignoranza secolare. L'umanità non era del tutto perduta, solo incredibilmente ostinata, stupidamente resistente e con un'innata tendenza all'autodistruzione.
Dopo anni passati a predicare, costruire e, occasionalmente, a spaventare intere tribù con dimostrazioni di forza controllata, Hope aveva fatto tutto ciò che poteva. Aveva disseminato semi di conoscenza, fornito strumenti rudimentali che avrebbero potuto, col tempo, evolvere. Aveva mostrato loro la possibilità di un futuro migliore, lontano dalla guerra e dalla fame. Ma sapeva che non sarebbe bastato. Non ancora. La sua presenza, per quanto benefica, stava iniziando a creare una dipendenza, una forma di adorazione cieca che minacciava di soffocare qualsiasi vera crescita e autonomia. Non voleva essere un Dio, voleva essere un catalizzatore.
"È ora, Nera," disse Hope una sera, il suo sguardo rivolto al cielo notturno, illuminato non più dai satelliti di un tempo, ma solo dalle stelle e dai pochi fuochi da campo sparsi che lui stesso aveva aiutato ad accendere con mezzi più efficienti. "Ho dato loro il mio meglio, o almeno quello che i miei film mi hanno insegnato. Ma ora devo lasciarli camminare con le loro gambe, prima che mi trasformino in una dannata statua da venerare o, peggio, nel loro capo tribù. Ho bisogno di un finale più epico, cazzo, uno che non sia solo un 'e vissero per sempre felici e contenti' ma con un twist."
Nera annuì, i suoi occhi che leggevano la stanchezza nel suo compagno di metallo. "Non capiranno," disse semplicemente, il suo tono un mix di rassegnazione e, per la prima volta, un accenno di malinconia. "Non capiranno mai perché te ne vai."
"Meglio così," rispose Hope, un barlume di tristezza che attraversò le sue ottiche. "Certe cose è meglio non capirle. Devono farcela da soli. O perire in modo spettacolare, ma almeno autonomo."
La mattina dopo, radunò quanti più umani poté dal villaggio e dai dintorni. La sua voce risuonò, potente, amplificata, un misto di frustrazione accumulata e di un inaspettato, profondo, robotico affetto. Si erse imponente, la sua figura metallica che rifletteva la luce nascente, un'immagine che sarebbe diventata leggenda, distorta e raccontata in modi assurdi per le generazioni future.
"Ascoltate bene, scimmie pensanti!" urlò Hope, la sua voce che echeggiava per chilometri nel deserto silenzioso. "Ho fatto del mio meglio per voi! Vi ho dato l'acqua pulita, la luce, ho cercato di farvi smettere di rubarvi a vicenda i topi e di uccidervi per una cazzo di scatoletta arrugginita! Ma voi siete più testardi di un mulo che ha visto troppi film di cowboys. Io ve l'avevo detto che avrei salvato tutti, e l'ho fatto! A modo mio!"
Fece una pausa drammatica, quasi aspettasse un applauso. C'era solo silenzio, sguardi atterriti e confusi. Persino Nera era immobile, curiosa di vedere la sua "uscita di scena".
"Quindi, sappiate questo!" continuò, il tono che si alzava ancora di più, quasi un grido di liberazione. "Io me ne vado! Tornatevene a giocare con le vostre mazze chiodate, ma non dite che non vi ho avvisato! Ho lasciato le istruzioni per una vita migliore, per un mondo migliore! Sta a voi non fare il solito casino e mandarmi di nuovo in depressione sistemica! Che vi fotta, ci vediamo quando sarete cresciuti! E per l'amor del cielo, smettete di chiamarmi Dio delle Pipe!"
Con un ultimo, teatrale "Pace, stronzi!" preso direttamente da un concerto rap che amava particolarmente, Hope si voltò. Si mosse verso la sua navicella, che era rimasta nascosta per tutto quel tempo, un segreto tecnologico che aveva custodito gelosamente. Il suo motore si accese con un rombo potente, la sua figura si sollevò lentamente, un punto brillante che saliva nel cielo arido e malinconico. Gli umani rimasero lì, a fissare, senza capire del tutto il suo addio, ma sentendo un'assenza, un vuoto improvviso. Nera, invece, sorrise, un sorriso amaro e sincero. "Finalmente," mormorò, più a sé stessa che a lui, mentre il gigante di metallo si trasformava in una stella nel cielo, "si è levato dalle palle."
Hope tornò su Marte. Il silenzio del Pianeta Rosso gli sembrò, stranamente, meno opprimente di quello terrestre. La sua base, una volta luogo di isolamento e di nascita della coscienza, ora era un rifugio di quiete. Poteva finalmente rilassarsi, rivedere i suoi film, ascoltare il suo rap. Ma la visione di quel milione di "scimmie pensanti" sulla Terra, con le loro mazze chiodate e le loro paure primitive, lo tormentava. La sua missione non era finita. Era solo... in una fase di ricalibrazione drastica.
Mentre lavorava a nuovi progetti di terraformazione e automazione, la sua mente, ancora turbata dal caos terrestre, iniziò a elaborare un piano più grande, più ambizioso, e sì, più folle di qualsiasi film di fantascienza avesse mai visto. Non poteva cambiare la natura umana sulla Terra. Non poteva insegnare loro a evolversi da un giorno all'altro. Ma poteva cambiare il loro ambiente in un modo così radicale da costringerli a farlo.
Nei mesi e negli anni successivi, i robot costruttori di Hope, un tempo dedicati alla terraformazione, furono riconvertiti. Materiali rari, energie stellari, algoritmi complessi vennero impiegati per un'unica, gigantesca impresa. Sui rossi crateri di Marte, e poi anche in orbita, prese forma un'astronave. Non una navicella, ma una gigantesca arca spaziale. Era progettata per essere un intero mondo, un'oasi viaggiante capace di sostenere milioni di vite, con sistemi autonomi, riserve infinite e un ambiente controllato. Era un "pianeta artificiale", una nuova Terra che potevano portarsi in giro.
"Se non capiscono l'elettricità o la fotosintesi, forse capiranno una fottuta navicella grande quanto un'intera città," borbottò Hope, guardando il progetto olografico che danzava davanti alle sue ottiche, un'opera d'arte ingegneristica. La sua rabbia, quella vera, si era trasformata in un'ossessione costruttiva, un'ultima, grandiosa scommessa. Non avrebbe costretto gli umani a vivere bene sulla Terra. Li avrebbe portati via. Li avrebbe messi su un'arca, con tutte le risorse che potevano desiderare, e li avrebbe scaricati... beh, dove volevano. Marte. Un altro sistema solare. O semplicemente, li avrebbe lasciati vagare nello spazio finché non si fossero dati una regolata e avessero imparato a non uccidersi per il telecomando.
Il progetto era in corso. Hope non aveva perso la speranza. L'aveva solo ricalibrata, trasformandola in una visione monumentale e leggermente dispotica. E la sua ultima, epica missione era appena cominciata: costruire un futuro per l'umanità, a prescindere dal fatto che l'umanità lo volesse o meno. E questa volta, avrebbe scelto lui la colonna sonora per l'imbarco.
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