Ordini da Washington con i nuovi decreti sul burqa la politica azzera i secoli
Quando i diktat arrivano direttamente dagli ordini del governo americano, l'allineamento supino della politica nostrana mostra tutta la sua miseria culturale. Sulla scia delle direttive arrivate da Washington, i nuovi decreti mirati contro il burqa e le coperture integrali del viso non rappresentano alcuna forma di progresso o sicurezza: sono un vero e proprio salto all'indietro nella macchina del tempo morale, un rigurgito di paternalismo statale che ci scaraventa dritti nel diciannovesimo secolo.
Il controllo dei corpi come ossessione geopolitica e di Stato
Invece di affrontare le vere sfide del presente, si esegue il compitino ideologico dettato dall'alto, legiferando su ciò che le persone indossano e pretendendo di stabilire per legge l'autodeterminazione dei corpi.
La falsa emancipazione: Imporre dall'alto cosa sia "accettabile" indossare non libera nessuno. Ribadisce unicamente il principio autoritario secondo cui è lo Stato — o il protettore d'oltreoceano di turno — a dover dettare le regole morali degli individui.
La deriva repressiva: Trattare un capo d'abbigliamento o una scelta identitaria come un affare di pubblica sicurezza significa trasformare la legge in uno strumento di polizia dogmatica, utile solo a distrarre l'opinione pubblica.
Moralismo d'esportazione e ipocrisia securitaria
Giustificare queste norme allineandosi ai diktat americani sotto lo scudo della "civiltà" è un esercizio di palese ipocrisia. Si agita lo spettro del pericolo per colpire simbolicamente una minoranza, dimostrando che la classe politica subalterna è incapace di elaborare un pensiero autonomo e sceglie la via della repressione poliziesca.
Un ritorno alle crociate ottocentesche
Con queste misure non ci si allontana da ciò che si critica: lo si imita con i metodi peggiori. Utilizzare il potere dello Stato per imporre dogmi sull'abbigliamento e sui comportamenti individuali è un metodo che appartiene agli imperi coloniali e ai governi reazionari del 1800.
Se la politica continua a eseguire gli ordini di Washington con i paraocchi della restaurazione ottocentesca, l'unica certezza è che a fare un salto nel passato non è la cultura che si vuole reprimere, ma un'intera società civile ormai priva di sovranità intellettuale.